Riporto qui una bellissima meditazione proposta dal maestro Thick Nath Han, che ho ascoltato a Sacrofano durante il ritiro offerto dalla comunità di Plumvillage. Era rivolta a tutti, ma in particolare ai bambini che erano presenti in quel momento.
Thay ha detto di fare una passeggiata e raccogliere quattro sassolini, di metterli in un sacchetto e tenerli sempre in tasca.
Il primo sassolino rappresenterà il fiore. Lo metto sulla mano sinistra e dirò: “Inspirando vedo me stesso ed il mio corpo come un fiore; Espirando mi sento fresco come un fiore”, per tre volte.
Attraverso la freschezza del fiore, diventiamo più freschi e più belli anche noi. Chi soffre ed è triste perde molto della propria freschezza, in questo modo sarà più facile recuperarla.
Il secondo sassolino rappresenta la montagna. Quindi dico: “Inspirando mi vedo come una montagna” “Espirando mi sento solido” per tre volte.
La montagna rappresenta la stabilità, la solidità. Chi è agitato non può essere felice, continui alti e bassi rendono instabili, la rabbia, la paura non possono trascinarmi via, perché sono stabile come una montagna e offro stabilità a chi mi sta intorno.
Il terzo sassolino è l'acqua calma di un lago di montagna. Lo metto nella mano e dico:“Inspirando mi vedo come acqua tranquilla; espirando rifletto le cose come sono veramente”.L'acqua, quando è calma, riflette tutto come è, quando è agitata riflette in maniera distorta, e così succede anche nella nostra mente. Quando siamo arrabbiati o agitati non vediamo le cose con chiarezza.
Il quarto sassolino è lo spazio, lo spazio in cui muoversi liberamente, è la libertà.“Inspirando vedo me stesso come un vasto spazio; espirando mi sento libero”. Se non siamo liberi non siamo felici, dice TNH, anche amare vuole dire lasciare che gli altri si muovano liberamente, altrimenti l'amore diventa una gabbia in cui siamo rinchiusi. In una casa piena di mobili non ci possiamo muovere liberamente, se siamo pieni di rabbia o di preoccupazioni, non siamo liberi, siamo in una prigione.
Ovviamente possiamo fare questo esercizio quando ci troviamo di fronte ad una vero fiore, alla montagna, ad un calmo specchio d'acqua, ad un vasto spazio, ma è bello sapere di poterli avere con noi in qualunque momento.
Appunti di parole ascoltate e lette, di riflessioni, esperienze...sulla strada della consapevolezza
Elenco blog personale
sabato 6 ottobre 2012
venerdì 14 settembre 2012
Affidarsi alla guida interiore
Se è vero che la Divinità è dentro di noi, allora possiamo
affidarci ad essa, ascoltare la nostra Guida interiore per trovare soluzioni ai nostri
problemi, per superare gli ostacoli che troviamo sul nostro cammino. Dobbiamo
però sviluppare la capacità di
ascoltare, di osservare e accogliere i nostri pensieri, accettare il
problema senza pregiudizi e non cercare di evitarlo, eliminando quindi ogni
resistenza, e poi attendere la risposta con atteggiamento di grande attenzione
e apertura mentale, pronti all’ascolto e nel desiderio di trovare una risposta.
La risposta può arrivare i tanti modi e forme, dalle persone che incontriamo,
da una frase del verduriere, da qualche parola ascoltata per caso, da una
lettura, da una canzone, tutti segnali
indicatori che ci indicano il cammino. E allora possono avvenire quelle che
chiamiamo coincidenze, sincronicità.
Inoltre dobbiamo desiderare realmente la
risposta, consapevoli che questa arriverà sempre se rimaniamo “in ascolto” con
fiducia.
Possiamo capire quando la risposta è arrivata e l’abbiamo percepita
quando proviamo una sensazione di armonia, di qualcosa che avevamo la
sensazione di sapere già e che viene messa a fuoco, che ci porta
rassicurazione, pace e sostegno.
Se invece proviamo ancora una sensazione di fretta
o di ansia dobbiamo prolungare
l’ascolto e attendere altri messaggi. Se non siamo certi di aver trovato la
risposta giusta, la possiamo anche scrivere e attendere ulteriori conferme.
Imparare ad ascoltare la nostra Guida interiore è il modo per riuscire a vivere in armonia e in
equilibrio.
Fonti: lezioni di psicologia quantistica di Enrico Bondi
giovedì 22 marzo 2012
La divinità che è dentro di noi
Negli insegnamenti del maestro Linji, spesso vi è il messaggio che dobbiamo avere fiducia in noi stessi, che quando cerchiamo delle risposte, le dovremmo cercare in noi stessi perché l’essenza del Buddha, della divinità, esiste anche in noi.
Se siamo soprattutto interessati alle parole e alle idee, queste possono diventare un ostacolo per la nostra libertà. Tutto ciò che impariamo o ascoltiamo dovrebbero riportarci a noi stessi, “alla nostra capacità di essere liberi, felici e solidi”.
Dobbiamo fare in modo che cresca sempre di più la fiducia nella nostra capacità di essere felici e illuminati. Linji diceva che il Buddha, nel momento in cui i discepoli stavano ascoltando, era con loro, era dentro di loro. Buddha, Dio, lo Spirito universale, è dentro di noi, in questo preciso momento. Se perdiamo il momento presente, non possiamo entrare in contatto con la divinità che c’è in noi, comunque la chiamiamo.
T.N.H. ci dice che tutto ciò che dobbiamo fare è ascoltare una campana di consapevolezza che ci riconduca al presente, lasciare andare ogni pensiero, concentrarsi sul respiro e così entrare in contatto con spazio e tempo senza limiti, con passato, presente e futuro.
In ogni momento della giornata, ogni cosa che facciamo, guardare, mangiare, toccare, abbiamo bisogno di farla in consapevolezza. Non abbiamo nient’altro da fare, così diventiamo quella che il maestro Linji chiama una “persona senza impegni”.
Ho trovato una bella leggenda indù che si riferisce proprio a questo argomento. Racconta che vi fu un tempo in cui tutti gli uomini erano Dei. Essi però abusarono talmente della loro divinità, che Brahma – signore degli dei – decise di privarli del potere divino e di nasconderlo in un posto dove fosse impossibile trovarlo.
Se siamo soprattutto interessati alle parole e alle idee, queste possono diventare un ostacolo per la nostra libertà. Tutto ciò che impariamo o ascoltiamo dovrebbero riportarci a noi stessi, “alla nostra capacità di essere liberi, felici e solidi”.
Dobbiamo fare in modo che cresca sempre di più la fiducia nella nostra capacità di essere felici e illuminati. Linji diceva che il Buddha, nel momento in cui i discepoli stavano ascoltando, era con loro, era dentro di loro. Buddha, Dio, lo Spirito universale, è dentro di noi, in questo preciso momento. Se perdiamo il momento presente, non possiamo entrare in contatto con la divinità che c’è in noi, comunque la chiamiamo.
T.N.H. ci dice che tutto ciò che dobbiamo fare è ascoltare una campana di consapevolezza che ci riconduca al presente, lasciare andare ogni pensiero, concentrarsi sul respiro e così entrare in contatto con spazio e tempo senza limiti, con passato, presente e futuro.
In ogni momento della giornata, ogni cosa che facciamo, guardare, mangiare, toccare, abbiamo bisogno di farla in consapevolezza. Non abbiamo nient’altro da fare, così diventiamo quella che il maestro Linji chiama una “persona senza impegni”.
Ho trovato una bella leggenda indù che si riferisce proprio a questo argomento. Racconta che vi fu un tempo in cui tutti gli uomini erano Dei. Essi però abusarono talmente della loro divinità, che Brahma – signore degli dei – decise di privarli del potere divino e di nasconderlo in un posto dove fosse impossibile trovarlo.
Il grande problema fu quello di trovare un nascondiglio. Quando gli dei minori furono riuniti a consiglio per risolvere questo dilemma, essi proposero la cosa seguente: “seppelliamo la divinità dell’uomo nella Terra”. Brahma tuttavia rispose: “No, non basta. Perché l’uomo scaverà e la ritroverà”. Gli dei, allora, replicarono: “In tal caso, gettiamo la divinità nel più profondo degli Oceani”. E di nuovo Brahma rispose: “No, perché prima o poi l’uomo esplorerà le cavità di tutti gli Oceani, e sicuramente un giorno la ritroverà e la riporterà in superficie”. Gli dei minori conclusero allora: “Non sappiamo dove nasconderla, perché non sembra esistere – sulla terra o in mare – luogo alcuno che l’uomo non possa una volta raggiungere”.
E fu così che Brahma disse: “Ecco ciò che faremo della divinità dell’uomo: la nasconderemo nel suo Io più profondo e segreto , perché è il solo posto dove non gli verrà mai in mente di cercarla”.
A partire da quel tempo, conclude la leggenda, l’uomo ha compiuto il periplo della terra, ha esplorato, scalato montagne,scavato la terra e si è immerso nei mari alla ricerca di qualcosa che si trova dentro di lui. (da questo link)
A partire da quel tempo, conclude la leggenda, l’uomo ha compiuto il periplo della terra, ha esplorato, scalato montagne,scavato la terra e si è immerso nei mari alla ricerca di qualcosa che si trova dentro di lui. (da questo link)
lunedì 5 marzo 2012
L'importanza della connessione
Molti studi hanno documentato l’importanza di soddisfare il bisogno di connessione con altri esseri umani. Affetto e carezze hanno un effetto benefico sia sulla salute delle persone che degli animali.
Il contatto fisico è infatti uno dei modi fondamentali per rapportarsi con gli altri. La stretta di mano, l’abbraccio, sono gesti che manifestano l’essere in relazione con l’altro.
Se sono compiuti in consapevolezza, diventano modi per trasmettere i nostri sentimenti. Se il gesto invece viene compiuto meccanicamente, può generare senso di frustrazione e fastidio.
Sembra che le esperienze infantili di connessione abbiano molta importanza sulla salute da adulti. Anche durante il processo di crescita e di separazione graduale dalla madre, l’essere umano ha bisogno di sentirsi parte di una rete di relazioni, di vivere nell’interdipendenza.
L’energia che alimenta la connessione è l’amore. Per sviluppare la nostra capacità di amare è necessario essere consapevoli delle nostre emozioni, osservarle senza giudizi.
Anche la connessione con il proprio organismo è molto importante, con il nostro corpo e i nostri pensieri. Se prestiamo attenzione, possiamo individuare correttamente i segnali del nostro corpo e adattare i nostri comportamenti per mantenere l’equilibrio che ci fa mantenere in salute.
Con le pratiche di consapevolezza si intensifica la connessione con l’organismo. Attraverso la meditazione, lo yoga, in generale il rallentamento dei ritmi di vita e l’osservazione, siamo in grado di affrontare meglio gli ostacoli e le sfide che inevitabilmente si incontrano nel corso della vita.
lunedì 20 febbraio 2012
Accettare "ciò che è"
Si creano, a volte, situazioni che provocano una forte risposta emotiva, ad esempio, quando le cose non vanno come avevamo previsto o il nostro ego, la nostra immagine si sente minacciata.
In questi casi tendiamo a diventare quella emozione.
Identificarsi con l'emozione, con la mente, la rafforza, mentre osservare quello che sta accadendo, le toglie energia e porta alla presenza.
Possiamo provare a fare una distinzione tra problema e situazione di vita da affrontare.
Il problema fa riferimento al tempo psicologico, a ciò che è avvenuto prima, al senso di inadeguatezza o di colpa, e a ciò che dovrebbe avvenire nel futuro, alle aspettative. Tendiamo ad identificarci con il problema, anzi succede che i problemi e la sofferenza che ne deriva, definiscano la identità della persona e sia difficile separarsene.
Identificando la situazione di vita, percepiamo con più chiarezza che si tratta qualcosa di esterno che può essere osservato e affrontato.
La soluzione sta probabilmente nel situarsi proprio al centro tra passato e futuro, in quella presenza che consente ad ogni cosa di essere così com'è (ma che è così anche se non vorremmo!), dentro e fuori di noi.
Il presente è il luogo in cui osservare, prendersi tempo, accettare la situazione finchè non cambierà o possa essere affrontata.
In una circostanza di vera emergenza, la mente si ferma, si diventa completamente presenti, e prende il sopravvento qualcosa di molto più efficace. E' ciò che succede alle persone che fanno attività o sport estremi, in cui si cerca una sapienza profonda e istintiva che muove il corpo, più veloce dei ragionamenti della mente.
Così quando abbiamo una situazione da affrontare adesso, l'azione sarà più chiara e efficace se nasce dalla consapevolezza del presente, che siamo qui e questo è.
La risposta potrà essere più incisiva se cerchiamo di fermare i troppi ragionamenti; è meglio attendere la soluzione nella calma, nell'osservazione senza giudizio di ciò che è, nell'intuito che in questo modo viene attivato.
Bibliografia: E. Tolle. J. Kabat-Zinn
In questi casi tendiamo a diventare quella emozione.
Identificarsi con l'emozione, con la mente, la rafforza, mentre osservare quello che sta accadendo, le toglie energia e porta alla presenza.
Possiamo provare a fare una distinzione tra problema e situazione di vita da affrontare.
Il problema fa riferimento al tempo psicologico, a ciò che è avvenuto prima, al senso di inadeguatezza o di colpa, e a ciò che dovrebbe avvenire nel futuro, alle aspettative. Tendiamo ad identificarci con il problema, anzi succede che i problemi e la sofferenza che ne deriva, definiscano la identità della persona e sia difficile separarsene.
Identificando la situazione di vita, percepiamo con più chiarezza che si tratta qualcosa di esterno che può essere osservato e affrontato.
La soluzione sta probabilmente nel situarsi proprio al centro tra passato e futuro, in quella presenza che consente ad ogni cosa di essere così com'è (ma che è così anche se non vorremmo!), dentro e fuori di noi.
Il presente è il luogo in cui osservare, prendersi tempo, accettare la situazione finchè non cambierà o possa essere affrontata.
In una circostanza di vera emergenza, la mente si ferma, si diventa completamente presenti, e prende il sopravvento qualcosa di molto più efficace. E' ciò che succede alle persone che fanno attività o sport estremi, in cui si cerca una sapienza profonda e istintiva che muove il corpo, più veloce dei ragionamenti della mente.
Così quando abbiamo una situazione da affrontare adesso, l'azione sarà più chiara e efficace se nasce dalla consapevolezza del presente, che siamo qui e questo è.
La risposta potrà essere più incisiva se cerchiamo di fermare i troppi ragionamenti; è meglio attendere la soluzione nella calma, nell'osservazione senza giudizio di ciò che è, nell'intuito che in questo modo viene attivato.
Bibliografia: E. Tolle. J. Kabat-Zinn
mercoledì 8 febbraio 2012
Pregare per chiedere
"La preghiera non è un ozioso passatempo per vecchie signore. Propriamente compresa e applicata, è lo strumento d'azione più potente". Così diceva Gandhi.
In generale, nella società in cui viviamo, abbiamo perso l'abitudine di rivolgerci a qualche entità sacra per chiedere aiuto per noi stessi o per altri, per farci guidare, o se lo facciamo, è per lo più una forma di superstizione e di sfogo, non ci crediamo veramente.
Man mano che si ridiventa consapevoli che possano esistere dimensioni diverse da quella fisica, recuperiamo il senso del chiedere, della preghiera personale.
Gesù diceva "Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Tutti coloro che cercano, troveranno. A tutti coloro che bussano verrà aperto."
Nel Vangelo di Matteo si dice che “se la tua fede è forte, puoi muovere una montagna”.
Thich Nhat. Hanh ci spiega che il Buddha ha insegnato che tutto è impermanente e che quindi tutto può cambiare, che ogni cosa segue la legge di causa ed effetto, perciò se si crea una nuova energia, quale quella della preghiera, si può dare inizio ad un nuovo stadio di vita. Che la stretta interconnessione tra creatore e creato fa sì che quella che si può chiamare “volontà di Dio” sia collegata alla nostra volontà e ci permette di modificare le azioni passate.
T.N.H. ci dice anche che possiamo renderci conto che siamo fatti della stessa sostanza di amore, consapevolezza e comprensione di tutti i grandi esseri. Che Dio e noi siamo della stessa sostanza.
Che quando il nostro cuore è pieno d’amore, generiamo più amore, pace e gioia nel mondo.
Che non basta però pregare con la bocca e con i pensieri, ma lo dobbiamo fare con il corpo, con la parola, con la mente e con la vita di tutti i giorni. E nel momento presente.
In generale, nella società in cui viviamo, abbiamo perso l'abitudine di rivolgerci a qualche entità sacra per chiedere aiuto per noi stessi o per altri, per farci guidare, o se lo facciamo, è per lo più una forma di superstizione e di sfogo, non ci crediamo veramente.
Man mano che si ridiventa consapevoli che possano esistere dimensioni diverse da quella fisica, recuperiamo il senso del chiedere, della preghiera personale.
Gesù diceva "Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Tutti coloro che cercano, troveranno. A tutti coloro che bussano verrà aperto."
Nel Vangelo di Matteo si dice che “se la tua fede è forte, puoi muovere una montagna”.
Thich Nhat. Hanh ci spiega che il Buddha ha insegnato che tutto è impermanente e che quindi tutto può cambiare, che ogni cosa segue la legge di causa ed effetto, perciò se si crea una nuova energia, quale quella della preghiera, si può dare inizio ad un nuovo stadio di vita. Che la stretta interconnessione tra creatore e creato fa sì che quella che si può chiamare “volontà di Dio” sia collegata alla nostra volontà e ci permette di modificare le azioni passate.
T.N.H. ci dice anche che possiamo renderci conto che siamo fatti della stessa sostanza di amore, consapevolezza e comprensione di tutti i grandi esseri. Che Dio e noi siamo della stessa sostanza.
Che quando il nostro cuore è pieno d’amore, generiamo più amore, pace e gioia nel mondo.
Che non basta però pregare con la bocca e con i pensieri, ma lo dobbiamo fare con il corpo, con la parola, con la mente e con la vita di tutti i giorni. E nel momento presente.
venerdì 20 gennaio 2012
Non identificarsi con il dolore
E. Tolle sostiene che la maggior parte del dolore umano è superflua.
Se proviamo a rifletterci, ci accorgiamo che, anche se non viviamo situazioni con gravi problemi, ciò che ci rende difficile la vita, è quella serie di emozioni negative che derivano dai tanti piccoli conflitti, dallo stress alla guida dell'auto, alle ripicche nei rapporti tra colleghi, dalle frustrazioni nei rapporti con i superiori, alle tensioni con i familiari.
Qualunque rapporto interpersonale può essere fonte di conflitto, nervosismo e, in definitiva, di dolore emozionale.
Se siamo identificati con l'ego, che è vulnerabile e insicuro, e si sente continuamente minacciato, l'emozione che ci dominerà sarà la paura.
Paura non come reazione di buon senso di fronte ad una situazione reale di pericolo, ma la paura psicologica di perdita, di fallimento, di inadeguatezza, di essere offesi.
Se il senso del sè si identifica con l'ego, si deve continuamente lottare per difendersi.
Se non ci si identifica con la mente, si può affermare ciò di cui si è convinti, ma avere torto o ragione non fa differenza per il nostro senso del sè.
Attraverso la consapevolezza, lo schema creato dall’ego svanisce, ponendo fine ai litigi e giochi di potere che sono così dannosi per i rapporti personali.
Ma come fare praticamente? Si tratta di focalizzare l'attenzione sulla sensazione dentro di noi, ad esempio la collera, riconoscere l'emozione ed accettarne la presenza. Non farla diventare pensiero, non giudicare e analizzare. Essere solo presenti e osservare ciò che succede. Essere consapevoli dell'emozione e anche dell'osservatore, di colui che osserva, creando una presenza consapevole. L’emozione che ci disturba, che ci fa stare male, non scomparirà immediatamente, ma perderà rapidamente la sua energia.
Quando saremo più calmi e lucidi, potremo ragionare su quanto è successo, ma spesso ci accorgeremo che non ne vale neanche la pena.
Per non creare dolore per sé e per gli altri, è necessario rimanere il più a lungo possibile nel presente, e andare nel passato o nel futuro solo quando è indispensabile per affrontare aspetti pratici della vita.
E’ necessario consentire al presente di esistere, vedere cosa succede o reagire, se questo è possibile; prima osservare, accettare, e poi agire.
Tolle ci dice che il dolore si accumula nel tempo e forma un campo di energia negativa che occupa il corpo e la mente. Si può considerare come un’entità, che chiama “corpo di dolore”.
A volte è latente e si presenta ogni tanto, a volte può essere sempre attivo e molto distruttivo.
L’importante è sapere che la presenza mentale, la consapevolezza, interrompe l’identificazione con il corpo di dolore. Quando lo si osserva e si accetta come parte di ciò che esiste in quel momento, perde energia e tende man mano a scomparire.
Bibliografia: E. Tolle, Il potere di Adesso
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