Elenco blog personale

venerdì 14 settembre 2012

Affidarsi alla guida interiore



Se è vero che la Divinità è dentro di noi, allora possiamo affidarci ad essa, ascoltare la nostra Guida interiore  per trovare soluzioni ai nostri problemi, per superare gli ostacoli che troviamo sul nostro cammino. Dobbiamo però sviluppare  la capacità di ascoltare, di osservare e accogliere  i nostri pensieri, accettare il problema senza pregiudizi e non cercare di evitarlo, eliminando quindi ogni resistenza, e poi attendere la risposta con atteggiamento di grande attenzione e apertura mentale, pronti all’ascolto e nel desiderio di trovare una risposta. 
La risposta può arrivare i tanti modi e forme, dalle persone che incontriamo, da una frase del verduriere, da qualche parola ascoltata per caso, da una lettura, da una canzone, tutti  segnali indicatori che ci indicano il cammino. E allora possono avvenire quelle che chiamiamo coincidenze, sincronicità. 
Inoltre dobbiamo desiderare realmente la risposta, consapevoli che questa arriverà sempre se rimaniamo “in ascolto” con fiducia. 
Possiamo capire quando la risposta è arrivata e l’abbiamo percepita quando proviamo una sensazione di armonia, di qualcosa che avevamo la sensazione di sapere già e che viene messa a fuoco, che ci porta rassicurazione, pace e sostegno. 
Se invece proviamo ancora una sensazione di fretta o di  ansia dobbiamo prolungare l’ascolto e attendere altri messaggi. Se non siamo certi di aver trovato la risposta giusta, la possiamo anche scrivere e attendere ulteriori conferme. 
Imparare ad ascoltare la nostra Guida interiore è il modo per riuscire a vivere in armonia e in equilibrio.

Fonti: lezioni di psicologia quantistica di Enrico Bondi

giovedì 22 marzo 2012

La divinità che è dentro di noi

Negli insegnamenti del maestro Linji, spesso vi è il messaggio che dobbiamo avere fiducia in noi stessi, che quando cerchiamo delle risposte, le dovremmo cercare in noi stessi perché l’essenza del Buddha, della divinità, esiste anche in noi. 
Se siamo soprattutto interessati alle parole e alle idee, queste possono diventare un ostacolo per la nostra libertà. Tutto ciò che impariamo o ascoltiamo dovrebbero riportarci a noi stessi, “alla nostra capacità di essere liberi, felici e solidi”. 
Dobbiamo fare in modo che cresca sempre di più la fiducia nella nostra capacità di essere felici e illuminati. Linji diceva che il Buddha, nel momento in cui i discepoli stavano ascoltando, era con loro, era dentro di loro. Buddha, Dio, lo Spirito universale, è dentro di noi, in questo preciso momento. Se perdiamo il momento presente, non possiamo entrare in contatto con la divinità che c’è in noi, comunque la chiamiamo. 
T.N.H. ci dice che tutto ciò che dobbiamo fare è ascoltare una campana di consapevolezza che ci riconduca al presente, lasciare andare ogni pensiero, concentrarsi sul respiro e così entrare in contatto con spazio e tempo senza limiti, con passato,  presente e futuro. 
In ogni momento della giornata, ogni cosa che facciamo, guardare, mangiare, toccare, abbiamo bisogno di farla in consapevolezza. Non abbiamo nient’altro da fare, così diventiamo quella che il maestro Linji chiama una “persona senza impegni”.
Ho trovato una bella leggenda indù che si riferisce proprio a  questo argomento.  Racconta che vi fu un tempo in cui tutti gli uomini erano Dei. Essi però abusarono talmente della loro divinità, che Brahma  – signore degli dei – decise di privarli del potere divino e di nasconderlo in un posto dove fosse impossibile trovarlo.
Il grande problema fu quello di trovare un nascondiglio. Quando gli dei minori furono riuniti a consiglio per risolvere questo dilemma, essi proposero la cosa seguente: “seppelliamo la divinità dell’uomo nella Terra”. Brahma tuttavia rispose: “No, non basta. Perché l’uomo scaverà e la ritroverà”. Gli dei, allora, replicarono: “In tal caso, gettiamo la divinità nel più profondo degli Oceani”. E di nuovo Brahma rispose: “No, perché prima o poi l’uomo esplorerà le cavità di tutti gli Oceani, e sicuramente un giorno la ritroverà e la riporterà in superficie”. Gli dei minori conclusero allora: “Non sappiamo dove nasconderla, perché non sembra esistere – sulla terra o in mare – luogo alcuno che l’uomo non possa una volta raggiungere”.
E fu così che Brahma disse: “Ecco ciò che faremo della divinità dell’uomo: la nasconderemo nel suo Io più profondo e segreto , perché è il solo posto dove non gli verrà mai in mente di cercarla”.
A partire da quel tempo, conclude la leggenda, l’uomo ha compiuto il periplo della terra, ha esplorato, scalato montagne,scavato la terra e si è immerso nei mari alla ricerca di qualcosa che si trova dentro di lui. (da questo link)

lunedì 5 marzo 2012

L'importanza della connessione

Molti studi hanno documentato l’importanza di soddisfare il bisogno di connessione con altri esseri umani. Affetto e carezze hanno un effetto benefico sia sulla salute delle persone che degli animali. 
Il contatto fisico è infatti uno dei modi fondamentali per rapportarsi con gli altri. La stretta di mano, l’abbraccio, sono gesti che manifestano l’essere in relazione con l’altro. 
Se sono compiuti in consapevolezza, diventano modi  per trasmettere i nostri sentimenti. Se il gesto invece viene compiuto meccanicamente, può generare senso di frustrazione e fastidio. 
Sembra che le esperienze infantili di connessione abbiano molta importanza sulla salute da adulti. Anche durante il processo di crescita e di separazione graduale dalla madre, l’essere umano ha bisogno di sentirsi parte di una rete di relazioni, di vivere nell’interdipendenza. 
L’energia che alimenta  la connessione è l’amore. Per sviluppare la nostra capacità di amare è necessario essere consapevoli delle nostre emozioni, osservarle senza giudizi. 
Anche la connessione con il proprio organismo è molto importante, con il nostro corpo e i nostri pensieri. Se prestiamo attenzione, possiamo individuare correttamente i segnali del nostro corpo  e adattare i nostri comportamenti per mantenere l’equilibrio che ci fa mantenere in salute. 
Con le pratiche di consapevolezza si intensifica la connessione con l’organismo. Attraverso la meditazione, lo yoga, in generale il rallentamento dei ritmi di vita e l’osservazione, siamo in grado di affrontare meglio gli ostacoli e le sfide che inevitabilmente si incontrano nel corso della vita.

lunedì 20 febbraio 2012

Accettare "ciò che è"

Si creano, a volte, situazioni che provocano una forte risposta emotiva, ad esempio, quando le cose non vanno come avevamo previsto o il nostro ego, la nostra immagine si sente minacciata.
In questi casi tendiamo a diventare quella emozione.
Identificarsi con l'emozione, con la mente, la rafforza, mentre osservare quello che sta accadendo, le toglie  energia e porta alla presenza.
Possiamo provare a fare una distinzione tra problema e situazione di vita da affrontare.
Il problema fa riferimento al tempo psicologico, a ciò che è avvenuto prima, al senso di inadeguatezza o di colpa, e a ciò che dovrebbe avvenire nel futuro, alle aspettative. Tendiamo ad identificarci con il problema, anzi succede che  i problemi e la sofferenza che ne deriva, definiscano la identità della persona e sia difficile separarsene.
Identificando la situazione di vita, percepiamo con più chiarezza che si tratta qualcosa di esterno che può essere osservato e affrontato.
La soluzione sta probabilmente nel situarsi proprio al centro tra passato e futuro, in quella presenza che consente ad ogni cosa di essere così com'è (ma che è così anche se non vorremmo!), dentro e fuori di noi.
Il presente è il luogo in cui osservare, prendersi tempo, accettare la situazione finchè non cambierà o possa essere affrontata.
In una circostanza di vera emergenza, la mente si ferma, si diventa completamente presenti, e prende il sopravvento qualcosa di molto più efficace. E' ciò che succede alle persone che fanno attività o sport estremi,  in cui si cerca una sapienza profonda e istintiva che muove il corpo, più veloce dei ragionamenti della mente.
Così quando abbiamo una situazione da affrontare adesso, l'azione sarà più chiara e efficace se nasce dalla consapevolezza del presente, che siamo qui e questo è.
La risposta potrà essere più incisiva se cerchiamo di fermare i troppi ragionamenti; è meglio attendere la soluzione nella calma, nell'osservazione senza giudizio di ciò che è, nell'intuito che in questo modo viene attivato.


Bibliografia: E. Tolle. J. Kabat-Zinn

mercoledì 8 febbraio 2012

Pregare per chiedere

"La preghiera non è un ozioso passatempo per vecchie signore. Propriamente compresa e applicata, è lo strumento d'azione più potente". Così diceva Gandhi.
 In generale, nella società in cui viviamo, abbiamo perso l'abitudine di rivolgerci a qualche entità sacra per chiedere aiuto per noi stessi o per altri, per farci guidare, o se lo facciamo, è per lo più una forma di superstizione e di sfogo, non ci crediamo veramente.
Man mano che si ridiventa consapevoli che possano esistere dimensioni diverse da quella fisica, recuperiamo il senso del chiedere, della preghiera personale.
Gesù diceva "Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Tutti coloro che cercano, troveranno. A tutti coloro che bussano verrà aperto."
Nel Vangelo di Matteo si dice che “se la tua fede è forte, puoi muovere una montagna”.
Thich Nhat. Hanh ci spiega che il Buddha ha insegnato che tutto è impermanente e che quindi tutto può cambiare, che ogni cosa segue la legge di causa ed effetto, perciò se si crea una nuova energia, quale quella della preghiera, si può dare inizio ad un nuovo stadio di vita. Che la stretta interconnessione tra creatore e creato fa sì che quella che si può chiamare “volontà di Dio” sia collegata alla nostra volontà e ci permette di modificare le azioni passate.
 T.N.H.  ci dice anche che possiamo renderci conto che siamo fatti della stessa sostanza di amore, consapevolezza e comprensione di tutti i grandi esseri. Che Dio e noi siamo della stessa sostanza.
Che quando il nostro cuore è pieno d’amore, generiamo più amore, pace e gioia nel mondo.
Che non basta però pregare con la bocca e con i pensieri, ma lo dobbiamo fare con il corpo, con la parola, con la mente e con la vita di tutti i giorni. E nel momento presente.

venerdì 20 gennaio 2012

Non identificarsi con il dolore



E. Tolle sostiene che la maggior parte del dolore umano è superflua.
Se proviamo a rifletterci, ci accorgiamo che, anche se non viviamo situazioni con gravi problemi, ciò che ci rende difficile la vita, è quella serie di emozioni negative che derivano dai tanti piccoli conflitti, dallo stress alla guida dell'auto, alle ripicche nei rapporti tra colleghi, dalle frustrazioni nei rapporti con i superiori, alle tensioni con i familiari.
Qualunque rapporto interpersonale può essere fonte di conflitto, nervosismo e, in definitiva, di dolore emozionale.
Se siamo identificati con l'ego, che è vulnerabile e insicuro, e si sente continuamente minacciato, l'emozione che ci dominerà sarà la paura.
Paura non come reazione di buon senso di fronte ad una situazione reale di pericolo, ma la paura psicologica di perdita, di fallimento, di inadeguatezza, di essere offesi.
Se il senso del sè si identifica con l'ego, si deve continuamente lottare per difendersi.
Se non ci si identifica con la mente, si può affermare ciò di cui si è convinti, ma avere torto o ragione non fa differenza per il nostro senso del sè.
Attraverso la consapevolezza, lo schema creato dall’ego svanisce, ponendo fine ai litigi e giochi di potere che sono così dannosi per i rapporti personali.
Ma come fare praticamente? Si tratta di focalizzare l'attenzione sulla sensazione dentro di noi, ad esempio la collera, riconoscere l'emozione ed accettarne la presenza. Non farla diventare pensiero, non giudicare e analizzare. Essere solo presenti e osservare ciò che succede. Essere consapevoli dell'emozione e anche dell'osservatore, di colui che osserva, creando una presenza consapevole. L’emozione che ci disturba, che ci fa stare male, non scomparirà immediatamente, ma perderà rapidamente la sua energia.
Quando saremo più calmi e lucidi, potremo ragionare su quanto è successo, ma spesso ci accorgeremo che non ne vale neanche la pena.
Per non creare dolore per sé e per gli altri, è necessario rimanere il più a lungo possibile nel presente, e andare nel passato o nel futuro solo quando è indispensabile per affrontare aspetti pratici della vita.
E’ necessario consentire al presente di esistere, vedere cosa succede o reagire, se questo è possibile; prima osservare, accettare, e poi agire.
Tolle ci dice che il dolore si accumula nel tempo e forma un campo di energia negativa che occupa il corpo e la mente. Si può considerare come un’entità, che chiama “corpo di dolore”.
A volte è latente e si presenta ogni tanto, a volte può essere sempre attivo e molto distruttivo.
L’importante è sapere  che la presenza mentale, la consapevolezza, interrompe l’identificazione con il corpo di dolore. Quando lo si osserva e si accetta come parte di ciò che esiste in quel momento, perde energia e tende man mano a scomparire.

Bibliografia: E. Tolle, Il potere di Adesso

lunedì 16 gennaio 2012

Parliamo di meditazione

Meditazione è una parola che  spesso associamo a qualche tipo di irraggiungibile esperienza estatica e mistica orientale, mentre si tratta, nelle forme più semplici, di una pratica alla portata di tutti e che si può esercitare in qualunque momento della giornata.
Intanto, per la mia mente occidentale, che ha bisogno di dati sperimentali, è importante rilevare che sono stati eseguiti numerosi studi pubblicati su autorevoli riviste scientifiche, i quali  hanno dimostrato che la meditazione ha un'influenza molto positiva sulle condizioni di vita di chi la pratica regolarmente: i sintomi della depressione si attenuano, il sistema immunitario si rinforza, si abbassano i livelli di rabbia, ansia e di affaticamento da stress.
Allora, per capire cosa sia la meditazione, iniziamo dalla constatazione che tutti i giorni abbiamo sempre qualcosa di urgente da fare, ma raramente invece riusciamo ad essere in contatto con "colui che agisce", con la sfera della consapevolezza del Sè.
La meditazione è proprio questo: una pratica che arresta la corrente del fare per entrare in uno spazio di non-fare, per approfondire attenzione e consapevolezza, per essere presenti e ascoltare sè stessi; in questo modo si creerà una pace interiore e una chiarezza che poi si riverserà in tutto ciò che facciamo.
Non è indispensabile dedicare molto tempo a questa pratica, specialmente alla meditazione formale, perchè vi sono molti modi per praticare la consapevolezza durante tutta la giornata.
E' utile però riuscire a ritagliarsi un piccolo spazio di tempo da dedicare proprio al non-fare; bastano anche 10/15 minuti. La mia maestra Carla dice che sono 10 minuti che possono cambiare la vita, ed io penso che abbia assolutamente ragione.
La base della pratica della meditazione è la meditazione seduta.
Ci si siede in un luogo tranquillo,  a terra a gambe incrociate o su una sedia, con la schiena diritta allineata a capo e collo, le spalle rilassate, gli occhi chiusi o socchiusi, il dorso della  mano destra appoggiata sul palmo della sinistra. La posizione aiuta a coltivare un atteggiamento interno di dignità, pazienza e auto-accettazione.
Dopo aver scelto la posizione, si porta l'attenzione al respiro, che è la corda alla quale ci teniamo per restare presenti.
Dopo qualche minuto è possibile che si cominci a diventare un po' irrequieti, viene voglia di fare qualcosa. A questo punto diventa importante l'osservazione. Se la mente è irrequieta, anche il corpo diventa irrequieto.
Ci limitiamo ad osservare l'impulso a ad alzarci o cercare qualcosa da fare, o dei pensieri che inevitabilmente si presentano,e torniamo alla percezione del respiro che entra e che esce. Ogni volta che ci distraiamo, lo notiamo e riaccompagnamo con gentilezza l'attenzione al movimento del respiro.
In questo modo la mente si allena ad essere più stabile e meno reattiva e si dà valore ad ogni istante. Si coltiva così la capacità di concentrazione e si pratica la pazienza e il non-giudizio.
In fondo è tutto qui, ma c'è ancora molto da dire e sicuramente ne parlerò in qualche altro post. Intanto, buona meditazione a tutti!

bibliografia: J Kabat-Zinn, Carla Perotti
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